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Publié le 30/07/2007 à 19:05
Per farci capire le sue intenzioni, Walter Veltroni ha detto oggi che ha fatto bene tutti i lavori in cui si è impegnato: "Il direttore de L'Unità, il vicepresidente del Consiglio, il segretario dei Ds, il sindaco di Roma. La gente ha percepito che ho lavorato con motivazione e onestà di valori. Questa è la mia Ferrari ma nessuno me l'ha messa a disposizione, né me la potrà mettere. L'ho costruita io pezzo per pezzo".
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Publié le 23/07/2007 à 16:55
Sono contento che anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia fatto ricorso oggi ad una espressione simile, invitando «tutti» a «calmare i bollenti spiriti», nella polemica tra maggioranza ed opposizione. L'autorevolezza della massima autorità dello Stato, simbolo dell'unità nazionale, dovrebbe servire a qualcosa se noi fossimo in uno Stato di Diritto, cioè in un Paese in cui la Legge vige su tutto. Ma si può dire che ciò sia vero (cioè che l'Italia sia uno Stato di Diritto), quando leggiamo la spropositata entità delle evasioni fiscali (ricordando le loro passate giustificazioni da parte di chi governava), e constatiamo ogni giorno la pesantezza dei sistemi di protezione da clan che i potenti allargano ai loro amici e parenti, al centro ed in periferia? Tutto il problema è qui. Nulla si dà al di fuori della Costituzione. Non si può dar da bere alla gente che si sale al Quirinale per far presente che il presidente del Consiglio andrebbe licenziato. Ma da chi? Il presidente della Repubblica in Italia non ha questi poteri. L'opposizione lo ha detto, tra i denti, ma la gente trascinata da polemiche e rumori di fondo, non può distinguere troppo. Diceva una vecchia canzonetta: «Non è un capello, ma un crine di cavallo», per non far ingelosire l'amata. Quanti in politica sanno distinguere il capello dal cavillo e dal crine di cavallo? All'opposizione lo stesso Napolitano ha dovuto dire che non potevano tirarlo per la giacchetta in nome dei loro interessi di parte. Speriamo che l'invito anzi l'auspicio odierno di Napolitano (una pausa estiva «farebbe bene a tutti e calmerebbe i bollenti spiriti») sia compreso in tutta la complessità che si nasconde dietro parole così semplici e bonarie, immaginiamo usate per farsi intendere anche da quelli che fanno sempre finta di non capire. (*) Due signore promettono un'estate calda al mondo della politica italiana. La prima è un magistrato, il gip di Milano Clementina Forleo. La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata». La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico. Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee». Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate). La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese. Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?». Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK. Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche... La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili. La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli. Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara». Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere». Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici. Publié le 17/07/2007 à 18:43
Viva l'Italia! L'Italia dei furbi che invocano Gustavo Selva di non andarsene dal Senato, di ritirare le dimissioni presentate dopo il finto malore usato per correre in ambulanza in uno studio televisivo, nel giorno della visita di Bush a Roma. Viva l'Italia! L'Italia di Gustavo Selva che dice ai colleghi del Senato: «Lo faccio per voi, per non imbarazzarvi. Se mi assolvete, ci danno della casta...». Meglio vivere nella casta che essere casti, meglio furbi che dimissionati. Viva l'Italia che trova anche la forza di usare l'ironia applicata alla storia. A Roma 64 anni fa, ha detto Selva, ci fu un'altra ambulanza che divenne famosa: quella con Benito Mussolini, arrestato dopo il voto del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Viva quest'Italia, senatore Selva che non sa distinguere il dramma dalla farsa. Publié le 14/07/2007 à 17:47
Gad Lerner su «Repubblica» di stamani ha composto un editoriale che, a chi ha 65 anni come il sottoscritto, desta una certa preoccupazione. Detto in breve, ma molto in breve, sembra che tutti i mali della società attuale e futura (per i prossimi due decenni come minimo) dipendano dall'esistenza e circolazione dei «vecchi». Che sono troppi, e costano e costeranno sempre più al resto del popolo italiano. Tra gli argomenti addotti da Lerner a sostegno della convinzione che sta dietro al ragionamento articolato nel suo pezzo, c'è anche la statistica degli incidenti stradali provocati dagli anziani. Forse a Lerner sfuggono le statistiche delle stragi del sabato sera. Con giovani ubriachi e drogati. Alla fine Lerner propone di estendere il suffragio universale anche ai neonati. Benissimo. Nulla da obiettare. Una testa, un voto. Regola classica. Ma in tutto questo gran parlare che si fa per un nuovo patto generazionale, sfugge un particolare che c'è già nella nostra Costituzione, quello della solidarietà sociale. Se a qualcuno viene in mente di fare i calcoli dei costi delle cure per particolari patologie che affliggono o i giovani o gli anziani, ne potrebbe anche ricavare l'estrema conseguenza di un ritorno al monte Taigeto, quello da cui a Sparta si gettavano i bambini nati deformi. Senonché, con il progredire della civiltà, da Sparta a Roma, attraverso anche quella Roma dei "fatali colli" su cui splendeva il sole dell'impero al canto di «Giovinezza, primavera di bellezza», qualcuno potrebbe concludere che prima dei neonati da gettare in qualche discarica legale e votata dai signori parlamentari che soffrono se non hanno il gelato a metà pomeriggio, si gettino quelli che hanno una certa età, soffrono di certi disturbi oppure costano troppo al servizio sanitario nazionale. So che Lerner nel suo "retropensiero" non aveva queste intenzioni forzate che ne deduco maliziosamente. Ma occorre essere consapevoli che le idee del deforme da cacciare o annientare non sono poi tanto strane in una società che fa del 'successo' fisico l'unico metro di valutazione accettato. Caro Lerner, una confidenza. Conoscevo bene un "32" della Massoneria, a cui è stata anche intestata una loggia: con il massimo candore sosteneva la teoria del monte Taigeto. I suoi confratelli oggi lo venerano come grande mente illuminata. Forse non aveva mai loro confidato quel pensiero che riservava a noi amici. La mia generazione a vent'anni doveva rispettare i vecchi. Adesso che siamo entrati noi in quella categoria, dobbiamo temere ritorsioni sociali (per usare un eufemismo) solo per il pregiudizio dell'età? Condivido e sottoscrivo quanto espresso dal prof. Giovanni Sartori nel suo fondo di prima pagina del «Corriere della Sera» di oggi, circa la proposta di Carlo Azeglio Ciampi (eletto a 79 anni presidente della Repubblica), di far chiudere a 55 anni ogni carriera politica. Sartori sostiene: «Ho conosciuto moltissimi maestosi imbecilli di tutte le età, così come persone che restano intelligenti a 90 anni». Un'aggiunta di carattere generale. Chi ha concluso una onorata carriera ed ottenuto una rispettabile liquidazione in enti privati, non vada ad occupare cattedre universitarie in materie che non ha mai né insegnato né conosciuto, ma lasci il posto ai giovani studiosi competenti in quelle materie. Questo è il vero scandalo che tutti vedono ma nessun vuol denunciare. Le mafie di ogni tipo e colore esistono, basta guardare alla vicenda delle cattedre bolognesi di cui si parla da qualche mese. Non facciamo però finta che non esistano, queste mafie. Prima di parlare delle persone anziane che guidano male le auto, raccontiamo queste cronache di ordinaria corruzione che affliggono atenei ed istituzioni culturali nazionali. Post scriptum. Tanto per esser chiaro, nella mia famiglia siamo in due, ed entra soltanto la mia pensione di insegnante statale. Notoriamente una cifra da nababbo. Antonio Montanari http://digilander.libero.it/monari/ Publié le 27/06/2007 à 19:39
Lungo messaggio alla Nazione, verrebbe da osservare per il discorso di Walter Veltroni. Ma l'ora e 40 minuti da lui impiegati rivelano il drammatico momento attraversato dal nostro Paese. Veltroni ha parlato non da candidato ma da leader investito, da primo ministro non troppo in pectore, da uomo che sembrava uscire dal Quirinale dopo aver sciolto la riserva per l'accettazione dell'incarico. Comunque la si pensi, non si può negare che abbia idee chiare e passo fermo. Ha detto «Voltiamo pagina». Poi ha richiamo problemi che si sentono dibattere da 40 anni. Ne possiamo ricavare veramente la conferma che l'Italia è ad un punto morto proprio per quei politici a cui Veltroni ha dato la colpa di agire come «gruppi di potere» che cercano di attirare iscritti per «tornaconti di parte». Mi ha convinto il punto in cui ha sostenuto che l'antipolitica non nasce dal cittadino che protesta, ma da chi soffia sul fuoco del populismo. E di populismo e di idee vecchie ce ne sono in entrambi gli schieramenti, come Veltroni ha dimostrato in vari passaggi. Se vincerà la corsa lui, dovrà far sì che anche nelle periferie del partito democratico i signori delle tessere e degli intrighi affaristici lascino il posto alle teste pensanti legate all'idea dell'interesse del Paese. Ci riuscirà? Sottolineerei anche il passaggio in cui ha trattato della lotta alla precarietà per dare speranza ai giovani. Ed al Paese tutto, in fin dei conti. Antonio Montanari |