Sono contento che anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia fatto ricorso oggi ad una espressione simile, invitando «tutti» a «calmare i bollenti spiriti», nella polemica tra maggioranza ed opposizione.
L'autorevolezza della massima autorità dello Stato, simbolo dell'unità nazionale, dovrebbe servire a qualcosa se noi fossimo in uno Stato di Diritto, cioè in un Paese in cui la Legge vige su tutto.
Ma si può dire che ciò sia vero (cioè che l'Italia sia uno Stato di Diritto), quando leggiamo la spropositata entità delle evasioni fiscali (ricordando le loro passate giustificazioni da parte di chi governava), e constatiamo ogni giorno la pesantezza dei sistemi di protezione da clan che i potenti allargano ai loro amici e parenti, al centro ed in periferia?
Tutto il problema è qui. Nulla si dà al di fuori della Costituzione. Non si può dar da bere alla gente che si sale al Quirinale per far presente che il presidente del Consiglio andrebbe licenziato. Ma da chi? Il presidente della Repubblica in Italia non ha questi poteri. L'opposizione lo ha detto, tra i denti, ma la gente trascinata da polemiche e rumori di fondo, non può distinguere troppo.
Diceva una vecchia canzonetta: «Non è un capello, ma un crine di cavallo», per non far ingelosire l'amata. Quanti in politica sanno distinguere il capello dal cavillo e dal crine di cavallo?
All'opposizione lo stesso Napolitano ha dovuto dire che non potevano tirarlo per la giacchetta in nome dei loro interessi di parte.
Speriamo che l'invito anzi l'auspicio odierno di Napolitano (una pausa estiva «farebbe bene a tutti e calmerebbe i bollenti spiriti») sia compreso in tutta la complessità che si nasconde dietro parole così semplici e bonarie, immaginiamo usate per farsi intendere anche da quelli che fanno sempre finta di non capire.
(*) Due signore promettono un'estate calda al mondo della politica italiana. La prima è un magistrato, il gip di Milano Clementina Forleo.
La notizia è di queste ultime ore. Secondo Clementina Forleo, i politici intercettati nell’ambito dell’inchiesta in corso a Milano sui tentativi di scalata ad Antonveneta, Bnl e Rcs «all’evidenza appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti, né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata».
La seconda signora è Rosy Bindi. Lasciamo alla Giustizia di fare il suo corso, non senza il timore che possa essere come al solito una strada in salita, e restiamo soltanto in compagnia della sfidante al sindaco di Roma Walter Veltroni nella corsa a segretario del futuro Partito democratico.
Ieri Rosy Bindi ha surriscaldato il clima con una dichiarazione rivoluzionaria: «C'è bisogno di una gara di idee».
Come a dire che non bastano le belle facce e le buone intenzioni per fare un partito, ma ci vogliono appunto «idee» (possibilmente nuove, e non riciclate).
La gran discussione sul «sogno americano» svoltasi nei giorni scorsi, mettendo a confronto Veltroni con un altro candidato, Furio Colombo, ha dimostrato come i nostri politici siano bravi a menar il can per l'aia, tentando di parlare di tutte altre cose rispetto a quelle che sono necessarie e fondamentali nella vita del nostro Paese.
Anzitutto non è possibile fare il confronto tra le primarie degli Usa (dove esse sono una tradizione) e quelle nostrane, dove appaiono una specie di tradimento: «Ma come, mi candido io, e vuoi candidarti pure tu: ma che ti ho fatto di male?».
Volevo parlare giorni fa del «sogno americano» della mia giovinezza, dopo la trasmissione di Corrado Augias sulla vedova di JFK.
Nella mia scrivania 45 anni fa avevo sottovetro una foto gigantesca della bella famiglia di JFK, ritagliata dall'«Espresso» di Arrigo Benedetti, quello formato lenzuolo. Guardavamo all'America, noi che non tenevamo gli occhi chiusi e rivolti all'Urss od alla Cina. Poi venne il Viet-Nam, poi vennero le rivelazioni sulla famiglia di JFK, sui loro affari, sulle loro storie losche...
La fine del nostro «sogno americano» fu l'uscita da una giovinezza che vide poi sorgere in Italia altri giorni duri, terribili.
La signora Bindi quando invoca «una gara di idee», sottolinea la necessità di scrivere un copione nuovo, non l'imitazione di altre realtà o di altri modelli.
Ha ragione Lucia Annunziata che nella «risposta» di stamani scrive sulla «Stampa»: «Nell'arena sempre crudele della politica italiana si sta avvelenando un atto che dovrebbe essere solo la naturale espressione di una gara».
Ha ragione pure Concita De Gregorio che su «Repubblica» spiega: la candidatura di Rosy Bondi è «anti-apparati, anti-burocrazia, anti-alchimie di potere».
Per questo osservavo all'inizio che Rosy Bindi ha ieri surriscaldato il clima politico nazionale. Da poche ore è intervenuto il fatto nuovo dell'inchiesta milanese che metterà scompiglio nel centro-sinistra: politici non tifosi ma complici.



