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Publié le 18/08/2007 à 17:49
Par amontanari
Nelle pagine odierne di "Repubblica" di Bologna, Filippo Andreatta confessa tutto il suo sconforto per come stanno procedendo le cose in casa del nascituro Partito Democratico.
«La mia freddezza attuale dopo l'entusiasmo dei mesi precedenti», spiega, nasce dal fatto che Ds e Margherita stanno cercando di mettere ai vertici locali soltanto uomini loro: se ci riusciranno, «quella sarà la cartina di tornasole che il test del rinnovamento è fallito».

Intanto parte a Rimini il Meeting di Comunione e Liberazione, dove (come sempre) si parlerà (anche) di politica. Quest'anno sono attesi Fassino e Bersani.

Piero Fassino il 23 agosto discuterà con Mario Tremonti su «tre cose da fare assieme sul bene comune».

A Rimini, nel Meeting, si tratterà insomma di quei massimi sistemi che reggono il mondo della politica, e che proprio a Rimini hanno trovato applicazione nelle ultime elezioni amministrative, come in una specie di laboratorio privilegiato. Rimini non per nulla è la città che ha "inventato" il Meeting di CL.

Il voto riminese del maggio 2006 ha visto Forza Italia perdere il 52,13% dei suffragi, mentre AN saliva del 16,26.
Ovvero Forza Italia ha lasciato sul cammino 13.207 voti, mentre AN ne ha recuperati  1.422. E gli altri 11.785?
Molti (difficile capire quanti sono stati, dati i cambiamenti nei "simboli" avvenuti tra 2001 e 2006), molti certamente sono finiti a salvare il candidato (rieletto) di Centro-sinistra Alberto Ravaioli.
Il quale avrebbe acceso un cero alla Madonna se fosse riuscito ad andare al ballottaggio. Invece ce l'ha fatta al primo turno...

Il Centro-Destra era senza un candidato storico. Quello improvvisatosi all'ultimo momento, succedeva ad un altro gettatosi nella mischia e poi fermato. Ufficialmente dal cuore (problemi di salute), ma immaginiamo anche dal «portafoglio»: lui gridava troppo forte un «sogno» nuovo che avrebbe rovinato molti affari in corso.
Con la vecchia amministrazione, il Centro-Destra non se l'era passata poi così male. Due assessori dimessi (defenestrati) per la questione del troppo cemento non sono cosa da nulla.

Quindi ben vengano le tavole rotonde del Meeting sulle «cose da fare assieme sul bene comune». Ma ricordiamoci dell'esperimento amministrativo riminese del 2005. Semmai il Meeting riproporrà in sordina qualcosa che storicamente è già accaduto.

Quello che potrebbe accadere a livello nazionale, sarebbe soltanto il sacrificio di Romano Prodi fatto per mano di Fassino e Tremonti, con Veltroni che potrebbe accendere il suo cero «per grazia ricevuta», salendo a palazzo Chigi prima ancora di mettersi seduto a guidare quel Partito Democratico sulle cui sorti una persona perbene come Filippo Andreatta ha segretamente perso ogni speranza ed illusione.

A Rimini finì in giunta un assessore che dichiarò la sua non appartenenza politica: «Non sono mai stata iscritta né vicina ad alcun partito, e più che interrogarmi sul centro-destra o sul centro-sinistra, alla proposta di un impegno in giunta, mi sono chiesta se mi sentivo di tirarmi indietro davanti all’opportunità di operare, da un altro punto di vista rispetto a prima, per le persone e la città».

Ecco che cosa si intende per il «bene comune» di cui tratteranno Fassino e Tremonti. Come si vede a Rimini è già tutto accaduto. Nulla di nuovo sotto il sole, né con il bikini né senza...

La ciliegina sulla torta dell'assessore riminese indifferente alla Destra ed alla Sinistra, fu questa sua frase: «In giunta, sono considerata 'in quota' al mondo cattolico, più che a una coalizione». Se Buttiglione l'ha letta, ha avuto di certo i lucciconi agli occhi per la gioia.
Publié le 12/08/2007 à 12:01
Par amontanari
Forse perché nonostante l'avanzare dell'età sono rimasto ingenuamente legato al principio che se si predica bene non si deve razzolare male, l'intervista apparsa sulla Stampa di ieri a Vittorio Messori mi ha lasciato esterrefatto, con un senso di mal di stomaco come si può provare davanti ad una scena orripilante.

Il passaggio più scabroso e meno immaginabile dell'intervista a Messori, per me è stato questo: «È indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri».

Messori prosegue citando il «fondatore di molte istituzioni caritative in Europa» che, a suo dire, «è stato proclamato Beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico».

Spero che nei prossimi giorni qualche voce autorevole venga a spiegarci che tutto ciò non soltanto non è vero ma è impossibile stante la tanto declamata severità dei processi canonici delle cause di beatificazione.

Riporto un altro passo dell'intervista a Messori: «Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?».

Mi permetto di ricordare a Messori, illustre scrittore e frequentatore di pontefici con i quali poi scrive libri, che non si tratta soltanto della giustizia umana che «demonizza la pedofilia». C'è anche il Vangelo: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina girata da asino al collo e venga gettato in mare» (Mc 9, 42).

Potrebbe dedicare due minuti del suo tempo, Vittorio Messori, a rileggere questo brano, ed a confrontarlo con le parole che ha pronunciato per «La Stampa» con Giacomo Galeazzi?

Publié le 08/08/2007 à 18:52
Par amontanari
Le storiacce di cronaca che si leggono oggi, hanno come protagonisti uomini in abito talare, rei confessi di abusi, abituati a confessare ed a confessarsi, quindi pronti a giudicare ed a punire gli 'errori' altrui con la penitenza: essi non hanno mai compreso da soli che stavano sbagliando, che era terribile quello che facevano.
Ed allora la domanda non riguarda loro, ma il loro brodo di cultura. Sta scritto «non giudicare» non per poter fare tranquillamente i propri comodi più o meno porci. No, ma soltanto perché prima di giudicare gli altri, dobbiamo giudicare ancora più severamente noi stessi.
Ma in quale sistema di ipocrisia spaventosa sono stati educati, formati, istruiti ed avviati alla loro missione?
Li hanno forse abituati a far finta di niente delle piccole cose che succedono attorno. Poi c'è stato l'effetto valanga. Taci oggi, tacci domani sulle cose che sembrano un nulla, finisce che sembra un nulla anche l'azione più infamante.
Il vecchio adagio «bada a quel che il prete dice, e non a quello che il prete fa», è una stupidaggine. Lo slogan di Verona «Niente testimonial, ma testimoni» era efficace. Ma lo si ripete come un motto pubblicitario. Deve essere vissuto.
Ecco perché mi faceva rabbia, tremendamente rabbia, un ex amico e collega che lo diceva subito dopo aver dato dimostrazione (per lui consapevole) della sua ipocrisia (che io avevo chiaramente intravisto, per cose che mi riguardavano di persona).
È un discorso politico anche questo, perché se la formazione del cittadino avviene in quei contesti, siamo fritti.
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