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Publié le 17/09/2007 à 16:31
Par amontanari

Finalmente si comincia a capire una cosa molto semplice: che la cosiddetta antipolitica è soltanto il frutto di una politica fatta male.
Riccardo Barenghi (appunto la Jena che elogio nel titolo e che tutti i giorni tranne il lunedì azzanna dal suo angolino della terza pagina della Stampa), ha scritto sul suo quotidiano un articolo di fondo intitolato «Politica rovesciata».
La definizione è spiegata nelle ultime righe del pezzo:
«L’antipolitica che da almeno quindici anni serpeggia, e a volte esplode come in questi giorni, non è solo una reazione alla politica. Questo è quel che si vede in superficie e facilmente si registra e commenta. Ma il problema è più grave e più serio: ossia che la politica è ormai diventata il suo contrario. Con i suoi metodi, i suoi privilegi, la sua chiusura nel Palazzo, il suo essere impermeabile a qualsiasi voce cerchi di penetrarla, la sua totale autoreferenzialità, inefficacia, incomprensibilità. Se non si capisce questo, non si capirà mai perché tredici anni fa è arrivato Berlusconi e oggi, dall’altra parte, Grillo. E la politica continuerà a barcamenarsi, cercando risposte difensive e contingenti, dimostrandosi sempre più debole, incapace di affrontare sul serio la sua crisi. A meno che non riesca miracolosamente a fare un’operazione di verità, prendendo atto di un fatto doloroso ma ormai palese: cioè di essere essa stessa l’antipolitica».

Ripeto con Jena: la politica odierna italiana è essa stessa antipolitica. Sono contento della conclusione di Barenghi perché qui sopra, in questo blog da un pezzo sostengo appunto tale tesi, e per dimostrare che non parlo a vanvera, documento tutto.

1. Politica chiusa, dolori aperti (23.12.2006).
A proposito del caso Welby scrivevo:
L'articolo di fondo del Foglio di oggi, che parte dal caso Welby per discutere del ruolo del partito radicale in Italia, è un esempio illuminante non di quell'antipolitica che Giuliano Ferrara rimprovera ai seguaci di Pannella (definiti «l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso»), ma di quell'antipolitica a cui lo stesso Ferrara partecipa discutendo dei sacri princìpi della gestione della cosa pubblica...

2. Allarme voto (27.5.2007):
Credo che la cosiddetta «antipolitica» sia soltanto l'espressione non soltanto del diffuso malessere che ormai tutti notano (anche  l'algido D'Alema), ma proprio la manifestazione di un progetto politico vero e proprio. Per far contare non i voti delle correnti dei partiti confluenti nel Partito democratico, ma i voti dei singoli cittadini. I quali hanno bisogno di respirare un'aria diversa da quella fumosa e nebbiosa delle segreterie nazionali, regionali, provinciali ed infine di quartiere. E magari di condominio.
I nostri politici di ogni colore si leggano sulla Stampa di ieri il testo di Luca Ricolfi : «Chi fa tutti i giorni il proprio dovere, ma non ha una rete di relazioni che lo sostiene e lo protegge, si accorge sempre più sovente che il gioco è truccato».
E su quella di oggi l'intervento di  Barbara Spinelli: «Se è veramente forte, il politico non s'indigna se criticato».


3. Non è antipolitica (31.5.2007):
La doccia fredda mi è venuta da quel passo dell'intervista in cui la prof. Flavia Franzoni, moglie di Romano Prodi, si dichiara «molto preoccupata dall'ondata di antipolitica» diffusa nel Paese. Ondata che si manifesta come «sfiducia nelle istituzioni».
La politica, ha detto la signora deve essere «senso civico». Sono d'accordo. Ma «senso civico» non significa obbedienza cieca ed assoluta alle decisioni che un governo può prendere anche in contrasto con le premesse programmatiche da cui è partito sia nella campagna elettorale sia nella presentazione alle Camere per ottenerne la fiducia.

4. No, tu no (16.6.2007)
Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema non ha voluto sull'aereo di Stato l'inviato della «Stampa».
Con una fava ha preso due piccioni, come suol dirsi. Ha dimostrato di aver la stessa allergia di Berlusconi verso chi informa l'opinione pubblica (la stampa in genere non come testata).
E mi ha confermato nell'opinione che l'antipolitica non è nutrita dal risentimento dei cittadini verso i nostri rappresentati (si fa per dire), ma dalle mosse sbagliate degli stessi politici.

5. Veltroni a Torino (27.6.2007)
Mi ha convinto il punto in cui ha sostenuto che l'antipolitica non nasce dal cittadino che protesta, ma da chi soffia sul fuoco del populismo. E di populismo e di idee vecchie ce ne sono in entrambi gli schieramenti, come Veltroni ha dimostrato in vari passaggi.

6. Malaffari e politica (7.8.2007)
L'«Elzeviro» di Maurizio Viroli (La Stampa, 6.8.2007), intitolato «Antipolitica, la vecchia tentazione», m'ha fatto riaffiorare un ricordo tra il personale e lo storico.
Il fratello di mia madre, per meriti politici conquistati sul campo prima, dopo e durante la seconda guerra mondiale, doveva essere il sindaco della città subito dopo la Liberazione. Disse ai compagni del Pci, nel quale militava: «Burdèl, chi ruba va in galera». Scelsero ovviamente un altro.

7. Politica e «grande pubblico» (4.9.2007)
Ha ragione Enrico Letta nel concludere il suo intervento sulla «Stampa» di oggi che, se alla domanda di «un nuovo modello di partito», non sarà data una «risposta credibile», alla fine «prevarranno, in silenzio, altre logiche». [...]
Per non farla lunga, signor sottosegretario, la invito a leggere un bell'articolo apparso domenica scorsa sul «Sole-24 Ore», a firma di Carlo Carboni, intitolato significativamente: «Antipolitica? No, è critica costruttiva».

8. Rosy Bindi, effetto Grillo (10.9.2007)
Secondo Rosy Bindi, davanti alla convocazione popolare di Grillo, è sbagliato parlare di qualunquismo e demagogia: è un fatto a cui, dice, «dobbiamo dare una risposta».
Aspettiamo quella risposta, convinti come siamo che la protesta che serpeggia oggi in Italia non sia soltanto pura antipolitica. Come invece sembrano essere certi freschi discorsi del senatore Francesco Cossiga, sul quale doverosamente ritorneremo in una prossima puntata.


Chiuse le citazioni a scopo documentario, debbo riconoscere che non ho mantenuto la promessa di scrivere su Francesco Cossiga. Che con la storia dei sassolini tolti dalle scarpe è stato il primo padre dell'antipolitica italiana, addirittura nel secolo scorso... nel 1990, facendo il «picconatore» e dichiarando: «In realtà io non esterno. Io comunico. Io non sono matto. Io faccio il matto. E' diverso. Io sono il finto matto che dice le cose come stanno».

Ecco questo è il tema da sviluppare. Lo lascio a chi ne sa più di me.

Per attivare i link, visitare il blog della Stampa:
http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/2007/09/brava-jena.html


Publié le 16/09/2007 à 18:06
Par amontanari

Negli Usa Laura Ingraham con il suo talk show radiofonico è ascoltata da sei milioni di persone che pendono dalle sue labbra per ricevere il vero credo dei conservatori.
L'ha intervistata sul «Sole-24 Ore» di stamani Mario Platero, in occasione dell'uscita del suo libro «Potere al popolo» («Power to the People»).
Segnalo un passo in cui Laura Ingraham critica il governo Bush: «La corruzione politica, morale ha toccato anche il Partito repubblicano e per questo c'è una disaffezione da parte della base conservatrice».

In un'altra nota, Mario Platero ricorda che Laura Ingraham «con il suo umorismo sottile ha massacrato il lobbista Jack Abramov e con lui i quattro deputati e i 17 funzionari al centro di un giro di bustarelle; ha fustigato il senatore Larry Craig, sospettato di adescare gay; ha attaccato quei senatori o deputati repubblicani che vogliono chiudere un occhio sull'immigrazione facile; ha messo in difficoltà il presidente Bush in varie occasioni».

Ho letto i due pezzi di Platero pensando all'Italia. Alla signora MVBrambilla creata dal nulla dal Berlusconi ed ieri «colpita ed affondata» come in una qualsiasi battaglia navale cartacea del tempo che fu, per non infastidire i maschietti del sognato partito delle Libertà. Ed ho pensato pure a Grillo Giuseppe detto Beppe, che da «comico» ha spaventato tutti, raccogliendo dapprima pernacchie dai commentatori, e poi un'attenzione critica che s'avvicina più al discorso scientifico su politica ed antipolitica.
A quale di queste due categorie appartiene Laura Ingraham?

Publié le 12/09/2007 à 18:36
Par amontanari
Il quiz chiese allo studente:
ma tu sei cosciente
che io non servo a niente?

Lo studente incosciente
gli rispose da sapiente
che filosoficamente
lui non sapeva niente.

Bocciato immantinente:
il niente con niente
non combina niente.

Intanto si fregava le mani
chi dall'oggi al domani
grazie ai brogli combinati
i soldini avea incassati.
Publié le 10/09/2007 à 17:36
Par amontanari
L'iniziativa di Beppe Grillo, di mobilitare controcorrente i suoi «lettori» (e speriamo che lui non cerchi di trasformarli in suoi «elettori»), ha due effetti che vanno registrati con obiettività.
Cominciamo dal secondo, l'effetto web: il tutto è nato da un blog e dai suoi fratelli. Leggiamo, e mi sembra aver ragione chi lo ha scritto, che è il trionfo dell'Internet 2007, il «web 2,0».
Primo aspetto, non meno o non più politico dell'altro: la reazione di Rosy Bindi che non ha stracciato le vesti a Grillo ed inveito contro l'ex comico genovese, ma ha pacatamente fatto "autocoscienza" del gruppo a cui appartiene, il mondo della politica.
Secondo Rosy Bindi, davanti alla convocazione popolare di Grillo, è sbagliato parlare di qualunquismo e demagogia: è un fatto a cui, dice, «dobbiamo dare una risposta».
Aspettiamo quella risposta, convinti come siamo che la protesta che serpeggia oggi in Italia non sia soltanto pura antipolitica. Come invece sembrano essere certi freschi discorsi del senatore Francesco Cossiga, sul quale doverosamente ritorneremo in una prossima puntata.
Per il momento, confermando la nostra fiducia nel libero arbitrio, sorridiamo davanti alle affermazioni di uno scienziato che vorrebbe le differenze nelle scelte politiche dettate soltanto da «differenze specifiche a livello neurologico», ovvero si nascerebbe conservatori o liberali. La nostra volontà e la nostra storia personale non c'entrerebbero per niente.
Non abbiamo nessuna autorità in materia, quindi non possiamo far altro che  dissentire 'a naso', ovvero senza entrare nel merito di queste «differenze specifiche a livello neurologico».
Ci permettiamo soltanto di porre un problema: ed i voltagabbana da che cosa possono essere giustificati «a livello neurologico»?
Publié le 04/09/2007 à 18:22
Par amontanari
Ha ragione Enrico Letta nel concludere il suo intervento sulla «Stampa» di oggi che, se alla domanda di «un nuovo modello di partito», non sarà data una «risposta credibile», alla fine «prevarranno, in silenzio, altre logiche».
È un enunciato che meriterebbe da parte dello stesso Letta un nuovo intervento, affinché quelle parole non restino la brillante chiusa di un articolo onesto intellettualmente, ma forse troppo ricco di spunti.
Letta parla dell'isolamento avvertito rispetto alla sua «voglia di discutere della forma-partito del Pd».
Questo è il punto centrale del discorso. Non credo che sia del tutto vero che noi, «grande pubblico», ci interessiamo soltanto «a questioni con ricadute dirette» sulla nostra «quotidianità».
Mi scusi, signor sottosegretario. Faccio un esempio: quando debbo scegliere per chi votare, vado a leggere anzitutto il programma che riguarda la sanità. Settore costoso, dove gli oneri insostenibili vengono scaricati sullo Stato, ed il piccolo cabotaggio che fa guadagnare bene il settore privato può essere più o meno favorito (a scapito del servizio pubblico) dal governo centrale o dalle amministrazioni regionali.
Semplice, o no? La mia scelta non è un egoistico richiamo alla «quotidianità» personale, ma alla vita collettiva.
Lei non può credere che il «grande pubblico» non sia consapevole di questi problemi. D'altro canto è la stessa politica che è fatta di questi problemi, per sua natura funzione e finalità.
Per non farla lunga, signor sottosegretario, la invito a leggere un bell'articolo apparso domenica scorsa sul «Sole-24 Ore», a firma di Carlo Carboni, intitolato significativamente: «Antipolitica? No, è critica costruttiva».
Avrei voluto dedicare a questo pezzo il mio post per intero, ma poi stamani ho letto il suo intervento, ed ho cambiato programma.
Carboni distingue tra i cittadini che io chiamo 'silenti', legati ad una «condotta inerziale e consensuale-clientelare della politica», da quelli che offrono una critica costruttiva e che sono scambiati per sostenitori e propagatori dell'antipolitica.
E che come tali, aggiungo io, sono additati al pubblico ludibrio. Perché? Lo spiega Carboni: questi cittadini che offrono una critica costruttiva, la indirizzano «a una classe politica che sacrifica l'interesse collettivo a favore dei suoi fini autoreferenziali».
Quindi il «silenzio» temuto da Letta non c'è.
C'è invece questa nostra partecipazione di cittadini fuori degli schemi consueti dei partiti, attraverso lettere ai giornali od articoli nei blog. Partecipazione che però i politici, come spiega Carboni, considerano una pericolosa forma di sovversione, appunto l'antipolitica.

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