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Publié le 28/11/2007 à 17:41
Par amontanari
Rubo il titolo di questo post al commento inviato da Marcello Forcini (che ringrazio assieme a Gian Contardo Colombari per un altro suo interessante intervento inserito nel mio blog). Ieri sera era andato a letto contento, dopo un'ora di ascolto di «Ballarò». Ministri ed industriali ci avevano spiegato che le raccomandazioni in Italia non esistono. Soltanto quel guastafeste di Diliberto, aveva messo il coltello in una piaga purulenta, il secondo comma dell'art. 3 della nostra Costituzione che esattamente recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Stamattina il risveglio ha cancellato le illusioni di ministri ed industriali, con l'articolo di Michele Ainis sulla «Stampa» che comincia così: «In Italia farsi largo sulla base del talento è diventata un’impresa da alpinisti. Sulla competenza trionfa per lo più l’appartenenza, la tessera di partito, la spintarella di cricche e camarille». Bastano queste parole per chiudere non il discorso (ovviamente), ma la porta alla speranza. Dappertutto possiamo incontrare quel personaggio che Ainis riprende da uno scritto di Francesco Merlo: «Nel comune di Catania c’era un ragazzo timido e silente, che stava lì per esclusivi meriti parentali. Chi era? Il "muto agevolato"». Per ogni «muto agevolato», ci sono tanti «evitati speciali» come li chiamo io. Perché la raccomandazione, quale teoria e prassi dell'assunzione, viaggia sempre su due binari. In uno ci sono quelli da mandare avanti a forza di calci nel culo per fargli fare carriera. E sull'altro quelli da stoppare con altri calci ma nelle più dolorose parti anteriori del corpo, dal viso ai ginocchi, sulle quali viaggiava il mitico «oselin de la comare» di Cochi e Renato, però con diversi intendimenti. In quest'Italia «in cerca d'autore» (di un autore che sappia scrivere un copione decente alla luce del sole), dove (come è stato spiegato nella prima ora di «Ballarò») nessuno raccomanda nessuno nei ministeri, nelle regioni, nelle province, nei comuni, in quest'Italia avvengono tuttavia i fatti "miracolosi" di cui parla Ainis: «l’appartenenza, la tessera di partito, la spintarella di cricche e camarille». Quella ragazza che ha parlato della sua lettera inviata al presidente della Repubblica, chiedendo una raccomandazione dopo tre anni di infruttuosa ricerca di un posto, è apparsa nella semplice prospettiva degli «esclusi». Di chi non appartiene a nessun clan, partito o famiglia. Mi si dimostri il contrario, si smentisca Ainis, signori dei ministeri e dell'industria. Le storie opposte a quella della ragazza che ha scritto a Napolitano, ovvero le storie di carriere garantite, fulminanti e protette, sono note, ma non si possono raccontare. Dare del raccomandato ad uno, temo possa esser considerato una grave offesa che potrebbe costare cara in sede giudiziaria. Come si dice, mazziati e cornuti. Fonteanti_bug_fck
Publié le 27/11/2007 à 18:50
Par amontanari
A proposito del «modello Sarkozy» (vedi post del 25 scorso) sugggerito per l’Italia da Mario Monti in un editoriale del «Corriere della Sera» (25.11), ieri c'è stata una diretta risposta su «Repubblica» in un fondo di Bernardo Valli. La riassumo con una citazione che chiude il discorso laddove gli altri non lo aprono: «Il decisionismo» di Sarkozy sarebbe impossibile nella Repubblica italiana perché Sarkozy «è un prodotto della Quinta Repubblica, vale a dire della monarchia repubblicana creata da de Gaulle mezzo secolo fa, e ritoccata dallo stesso generale quattro anni dopo, nel 1962, con l'aggiunta dell'elezione a suffragio universale del presidente». Noi italiani siamo così fantasiosi che abbiamo etichettato una fase storica come «seconda repubblica», senza che quella stessa fase ne avesse le caratteristiche e le premesse necessarie. Nessuna modifica costituzionale ha infatti sancito il passaggio dalla prima alla seconda. Non paghi di tanti eccessi di retorica nel parlare politico, adesso stiamo addirittura coniando la definizione di «terza repubblica» forse per onorare Veltroni, non certo Prodi. Che dal sindaco di Roma e compagnia cantando (anche tra l'opposizione), verrebbe lasciato sotto le macerie da rimuovere in fretta della seconda repubblica... Per spiegare un po' di storia italiana passata e recente, richiamo due articoli apparsi sulle pagine bolognesi di «Repubblica». Filippo Andreatta, una delle teste pensanti del gruppo prodiano, dichiara in un'intervista a Luciano Nigro, partendo dalla situazione locale (in Emilia-Romagna): «... il Pd sta fallendo: si sta rivelando la somma di due forze e dei loro difetti». E poi: «Gli ex della Margherita si sentiranno lacerati tra lo strapotere dei Ds e le tentazioni centriste». Apro una parentesi prima di passare alla seconda citazione. Sull'importanza politica nazionale del «caso Bologna» (critiche a Cofferati e nostalgia di Guazzaloca), ha parlato sulla «Stampa» del 24.11 Francesco Ramella, nel pezzo intitolato «Antipolitica nelle terre rosse». Un passo è da ricordare a futura memoria: «...i segnali di difficoltà del centro-sinistra, in queste zone, non sono certo circoscritti al capoluogo bolognese. Le ultime amministrative di maggio, ad esempio, pur confermando una netta prevalenza del centro-sinistra, hanno fatto anche affiorare diversi cedimenti elettorali. Sia sul fronte delle astensioni, che su quello dei comportamenti di voto, dove si è registrato un consistente calo di consensi per le liste dell’Ulivo». Ramella sottolinea la speranza di «forte rinnovamento» posta nel Pd da molti elettori di centro-sinistra. Quanto sta succedendo a Bologna dimostra l'esistenza di sintomi di malessere, per cui «è bene che la nuova dirigenza del partito democratico non deluda le aspettative mobilitate con le primarie». Infine eccoci alla seconda citazione da «Repubblica» di Bologna di stamani. Si tratta di un articolo che recensisce il libro «Uno bianca e trame nere» di Antonella Beccaria (ed. Stampa Alternativa). Lo ha scritto una agente di Polizia, Simona Mammano: «Una (questione irrisolta) per tutte: come è stato possibile che un commando di assassini potesse operare indisturbato per così tanto tempo?». Simona Mammano aggiunge: «Questa, dunque, è una storia scandita da errori, valutazioni sbagliate, depistaggi palesi e false testimonianze». Una storia che riguarda anche la politica della nostra Repubblica. Prima, seconda o terza, non fa differenze.  Il libro «Uno bianca e trame nere» può essere scaricato dal blog di Antonella Beccaria, dal quale riprendo le due foto riprodotte in alto e qui a sinistra (l'autrice del volume). anti_bug_fck
Publié le 26/11/2007 à 19:00
Par amontanari
 Ringrazio Gian Contardo Colombari per l'invito a commentare le dichiarazioni dell'on. Cesa pubblicate sui quotidiani di stamane. Il segretario dell'Udc ha detto: «Consiglierei a Berlusconi di fare uno sforzo di umiltà. Ciascuno di noi può aver commesso degli errori, ma le principali responsabilità sono le sue perchè troppo spesso ha anteposto i propri interessi privati a quelli generali del Paese». Non posso far altro che ripetere con Gian Contardo: ma lor signori dove erano, dormivano profondamente in Consiglio dei ministri o leggevano i fumetti? La cosa più curiosa è che dobbiamo disilludere l'on. Cesa, nel caso avesse pensato d'aver raggiunto un risultato di originalità con le parole riportate. La stessa frase, più o meno uguale, infatti è stata pronunciata all'inizio di ottobre dall'on. Francesco Rutelli in vista delle cosiddette primarie per il Pd: la nostra classe dirigente «con l’alibi artificiale della voragine democratica ha istituito una vera e propria “casta” che ha anteposto per troppo tempo gli interessi e le beghe personali, alle reali necessità del Paese». Se Rutelli aveva avuto la delicatezza di fare di tutta un'erba un fascio (niente allusioni, per carità), chiamando in causa l'intera «classe dirigente» italiana nel suo complesso, il bravo Cesa ha pronunciato nome e cognome, trovando l'imputato ideale nel cav. Silvio Berlusconi. Che oggi è messo sotto accusa da tutti. Forse per questo merita di essere difeso anche da chi, come il sottoscritto, non ha mai avuto né vicinanza, né simpatia per la sua parte in commedia. Si faccia sentire: e per prima cosa, parlando da re a re, si unisca alla pernacchia di Luciana Littizzetto agli eredi di Casa Savoia. Dopo aver inserito questo post, leggo un invito di Demata, che segnalo linkando il suo testo: riguarda una notizia drammatica che lui ha ripreso dalla BBC e che i giornali nostrani non hanno dato, «Una donna di 19 anni è stata condannata a 6 mesi di carcere e 200 frustate, dopo essere stata stuprata da un almeno 5 uomini». anti_bug_fck
Publié le 25/11/2007 à 19:15
Par amontanari
Il «modello Sarkozy» è proposto per l’Italia da Mario Monti in un editoriale di oggi sul «Corriere della Sera». Se la Francia potrebbe suggerire un progetto politico per risolvere tutti i nostri problemi, è alla Germania che si guarda per il sistema elettorale, con una spruzzatina di tipo spagnolo. Ha riassunto efficacemente Michele Ainis il 21 novembre sulla «Stampa»: «Pasticci forieri di bisticci». Per cui «se non hai tre lauree in tasca, non ci capisci un fico secco». Sembra che in Italia, tolte le auto, le scarpe ed i vestiti, ora non sappiamo più fare nulla. Non siamo internazionalisti per convinzione. Ma per mancanza di idee. Per quindici anni hanno spiegato che col proporzionale l’Italia era andata in malora, e che il bipolarismo l’aveva salvata. Signori, avevamo compreso male. Forse. Adesso si torna al proporzionale. Per fare che cosa, non lo sapremo mai. Forse per far passare altri quindici anni. Dopo di che, diremo da capo che occorre passare al bipolarismo. Fate vobis. Tanto noi cittadini siamo cortesemente esclusi dalla partecipazione. Oggi Lucia Annunziata scrivendo dei «fratelli coltelli» Silvio e Gianfranco, ovvero Berlusconi e Fini, ha ripreso da un saggio di Angelo Melloni una citazione: «l’anomalia italiana è che si sia confusa la destra con Silvio Berlusconi». Ma la storia è fatta di anomalie, non di fattori logici. Era il buon Hegel a dire, in un passaggio (divenuto famoso, ma secondario di un suo testo), che «ciò che è razionale è reale». Provate a dirlo a chi ha vissuto i gulag ed i lager. Piero Ottone il 21 novembre ha pubblicato su «Repubblica» una «Lettera a Berlusconi» da cui cito il finale: «Pensi solo alla tua persona, al tuo successo, alle tue vendette. […] Confermando così che la tua avventura è stata, per il nostro paese, un immane disastro». Oggi re Silvio vorrebbe solo due partiti, insomma come Rai e Mediaset. Ovvero intercambiabili ed alla bisogna vasi comunicanti. Con lo stesso liquore. Stiamo attenti a non scontentarlo troppo: potrebbe chiedere i danni, come i signori Savoia. Ai quali potremmo mandare le cartoline paesaggistiche dell’Italia bombardata: il nonno Sciaboletta non ne ha avuto nessuna colpa? Ieri su «Repubblica», Salvatore Borsellino ha ricordato i poliziotti della scorta che morirono con suo fratello Paolo, proteggendone il corpo da una devastazione che colpì invece i loro. È una lettera molto dura che andrebbe studiata nelle scuole. Un solo particolare. Lo «Stato che mi vergogno di chiamare con questo nome» ai genitori di Emanuela Loi, uccisa con i colleghi in quell’attentato, ha richiesto il costo del trasporto della sua bara da Palermo a Cagliari. Modello italiano? Ieri al corteo delle donne, alcune ministre e deputate sono state contestate da poche ragazze. Per quasi ognuna di loro, l’on. Melandri ha trovato un aggettivo: «Arrabbiate, violente, sciagurate, cretine». Poi ha tirato un sospiro di sollievo, aggiungendo: «E poche». Nelle foto, la manifestazione delle donne a Roma, e la protesta degli studenti francesi contro Sarkozy a Parigi Fonte
Publié le 23/11/2007 à 19:26
Par amontanari
Il post di ieri «Certe nonne» è oggi segnalato in home da Stampa.it.
A questo post si aggancia il nuovo di oggi: «Certe disperazioni». Per puro caso nel post di ieri, «Certe nonne», ho tirato in ballo la virtù della speranza. È di oggi l'annuncio che il 30 novembre sarà pubblicata la seconda enciclica di Benedetto XVI, intitolata «Salvi grazie alla speranza». Coincidenza fortunata, tra il post e la notizia. Il tema della speranza ha però un risvolto tutto umano che non dipende dai teologi soltanto o da un messaggio papale. La speranza deve esser anche controparte della vita sociale di ogni giorno. Ovvero il frutto di una situazione nella quale ogni cittadino possa avere fiducia non soltanto in se stesso, ma anche nelle forze economiche e politiche con le quali viene a contatto nella sua esperienza giornaliera, direi quasi di momento in momento. È molto facile promettere una salvezza ultraterrena, quando tutto può contribuire a rendere infernale il tempo presente. Una notizia proveniente da Pesaro dà la dimensione delle tragedie in cui la speranza non ha più posto, e lo cede alla disperazione. Forse covata lungamente nel silenzio di un colloquio con la propria coscienza. La morte di una figlia (22 anni) gravemente malata, per mano di madre (50 anni), non è un gesto folle. La gente, i vicini hanno detto ai tg che la madre sembrava tranquilla. La maschera che il dolore impone nella vita, a volte crolla all'improvviso, non lascia tempo a niente, arma una mano di un amore che distrugge la propria creatura, con la solenne, tremenda, intima convinzione che sia un gesto grande come lo era stato il mettere al mondo quella stessa creatura. Ogni volta che questi drammi arrivano alla cronaca, bisognerebbe chiedersi: ma che cosa è stato fatto dalle Istituzioni, dalla Società, dallo Stato, dalla Politica per aiutare quelle madri, sollevare con un mano non caritatevole (nel senso che dipende da una scelta individuale e casuale d'aiuto), ma con un gesto soccorrevole, come costante e continua presenza vicino a chi soffre assistendo un malato, e soffrendo ben più del malato stesso. Signori della Politica, anche questa è la vita: nel dolore e nell'angoscia di una madre che dopo 18 anni di malattia della figlia, l'ha liberata dalla sofferenza e poi ha rivolto il coltello contro di sé. Segnalo questo testo: «Tragedia di Pesaro, il grido dei genitori: ''Siamo stanchi, usurati, soli''». Foto Ansa Fonte anti_bug_fck
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